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26 febbraio Scoperta catena montuosa sotto l'antartideMontagne sotto i ghiacci in Antartide :
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DISTRUTTO UN ASTRO GRANDE CINQUE VOLTE IL SOLE - Il fiume delle radiazioni è scaturito infatti dalla distruzione di un astro la cui massa calcolata era di cinque volte superiore a quella del Sole. Proprio dal violento collasso è zampillata l’energia mentre la stella si trasformava in un buco nero. Ora gli astrofisici dovranno decifrare nei dettagli il significato dei fatidici cinque secondi e quando ci saranno riusciti avranno conquistato un altro tassello nella storia della vita di un astro. Importante in questi casi è intervenire tempestivamente anche con i telescopi a terra per cogliere nella radiazione luminosa ulteriori elementi importanti. «A tal fine sono attive squadre di ricercatori internazionali, 24 ore su 24, per puntare i loro strumenti”, aggiunge Paolo Giommi, responsabile del Science Data Center dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, che ha coordinato la partecipazione al progetto del satellite Fermi della Nasa mentre lo strumento LAT è nato dal coinvolgimento dell’Infn (nei cui laboratori pisani è stato progettato e assemblato) e dell’Inaf. I lampi gamma erano stai scoperti per caso dai satelliti militari americani Vela nella seconda metà degli anni Sessanta mandati in orbita per controllare le eventuali esplosioni atomiche dei sovietici. Tenuti nascosti sino al 1973, da allora è iniziata la corsa a spiegarne l’origine. Il problema non era da poco perché questi Gamma Ray Burst sono i fenomeni più violenti che il cielo offra: nel giro di pochi secondi liberano tanta energia quanta il Sole nell’arco della sua intera vita. Soltanto alla metà degli anni Novanta il satellite italiano BeppoSax dell’Asi, fornisce il primo indizio importante per arrivare alla spiegazione del fenomeno. E le ricerche continuano in una partita USA-Italia che propone grandi sorprese.
ROMA - Ora i detriti spaziali («space debris» in inglese) fanno davvero paura. Nella regione di Alberta, in Canada, stanno tirando un respiro di sollievo per un impatto dallo spazio scongiurato in extremis . E poi in Texas, nel Kentucky e finanche nella nostra Italia, ecco stagliarsi nel cielo misteriose «palle di fuoco», ancora non si sa fino a che punto imparentate con i detriti spaziali o dipendenti da uno sciame di meteore.
PANICO IN CANADA - Partiamo dall’unico allarme sicuramente collegato con la caduta di un oggetto artificiale dall'orbita, quello scattato nella regione di Alberta. E’ successo alle prime ore del mattino di venerdì 13 febbraio, tempo locale, ma solo a emergenza superata ne sono stati rivelati i particolari. Il North American Aerospace Defence Command (NORAD) degli Stati Uniti, un ente che sorveglia lo spazio e tiene d’occhio tutti i corpi orbitanti attorno alla Terra, avverte i rappresentanti del governo canadese: «Un cargo spaziale russo delle dimensioni di un autobus, che era stato utilizzato per trasportare materiali sulla Stazione spaziale Internazionale, è fuori controllo e sta per precipitare su di voi. I calcoli indicano che potrebbe schiantarsi sulla città di Calgary, attorno alle 10 antimeridiane, ma la traiettoria è incerta. La stiamo definendo minuto per minuto. Vi faremo sapere». Scatta l’allarme degli operatori della protezione civile canadese, sia a livello nazionale che locale. Ci si interroga se sia il caso di avvertire la popolazione e predisporre piani di evacuazione, almeno nella parte più popolosa del centro cittadino. Mentre le concitate consultazioni sono in corso, si rifà vivo il NORAD: la traiettoria del maxi proiettile spaziale è cambiata, ora sembra puntare su Kneehill o su Wheatland Country, circa cento chilometri a est di Calgary. Lì, per fortuna, la densità della popolazione è più bassa, c’è meno pericolo di impatto diretto con le persone e le cose. Ma si affaccia un’altra preoccupazione. Il relitto del vettore russo contiene materiale radioattivo che, disperdendosi in seguito all’impatto, potrebbe contaminare una vasta aerea di territorio. Scattano altri livelli di allerta per il monitoraggio dell’eventuale nube radioattiva. «Ma proprio mentre un operatore del nostro staff stava per diffondere l’allarme al pubblico –racconta Colin Lloyd, direttore esecutivo dell’Agenzia di gestione delle emergenze dell’Alberta-, dal centro operativo di Ottawa ci arriva un contro ordine: il relitto spaziale è rimbalzato nell’atmosfera, finendo nell’Atlantico. Pericolo scongiurato. E’ una mattina che non dimenticheremo facilmente».
LO SCONTRO IN ORBITA - L’allarme spaziale dell’ Alberta segue di appena tre giorni uno scontro in orbita terrestre da primato, avvenuto il 10 febbraio, a circa 800 km di altezza, fra due satelliti per telecomunicazioni: il russo Kosmos 2251 e l’americano Iridium 33, rispettivamente da 1.000 e 500 kg di peso. Non era mai successo prima d’ora che due grandi satelliti, ciascuno ruotante sulla propria orbita, facessero un involontario urto frontale. (I cinesi, invece, due anni fa, avevano volontariamente effettuato un impatto fra un loro missile balistico e un satellite in disuso). A causa delle alte velocità in gioco (25 mila km all’ora), un crash spaziale genera migliaia di frammenti grandi e piccoli che, sparpagliandosi progressivamente in vari livelli orbitali, si possono trasformare in potenziali proiettili-killer a danno di altri satelliti, della Stazione spaziale abitata in permanenza dagli astronauti a 400 km di altezza e, scendendo più giù, della stessa Terra.
GLI AVVISTAMENTI «ITALIANI» - Per questo motivo, quando la sera del 13 febbraio l’astrofilo Diego Valeri da Contigliano (Rieti), specializzato nell’osservazione delle meteore, riesce a registrare con la sua telecamera per la sorveglianza del cielo una palla di fuoco dieci volte più luminosa della Luna (VEDI), è inevitabile chiedersi se non si tratti di un frammento dello scontro orbitale, piuttosto che del solito sasso cosmico venuto giù dal cielo. E la domanda si fa più pressante quando analoghi avvistamenti vengono fatti, sempre la sera del 13 febbraio, ancora da altre località italiane e, oltre l’Atlantico, a Morehead nel Kentucky (dove l’apparizione è accompagnata da vibrazioni e boati).
FRA UFO E METEORE - Il 15 febbraio, poi, in molte località del Texas, un’altra palla di fuoco è talmente luminosa da rendersi visibile in pieno giorno. Fatti debiti calcoli, gli specialisti del NORAD escludono che le molteplici palle di fuoco possano essere i frammenti del crash spaziale. Un’ ipotesi alternativa è che si tratti di uno sciame di meteore, provenienti chissà da dove, che ha colpito il nostro pianeta, dando luogo a una molteplicità di fenomeni. Ma, mentre gli astronomi sono impegnati nei calcoli, le ipotesi, anche le più spericolate dei soliti ufologi, si affastellano. Il rischio che l’aumento della spazzatura spaziale possa costituire un pericolo sia per la navigazione spaziale e aerea, che per noi inermi abitanti della Terra, è stato intanto ribadito dal direttore dell’United Nation Office for Outer Space Affairs (UNOOOSA), Mazlan Othman, che ha richiamato al rispetto di una risoluzione già adottata dall’assemblea generale dell’ONU, che esorta a una non proliferazione degli «space debris», allo scopo di preservare l’ambiente spaziale e la sicurezza del pianeta. In pratica, a questo scopo, i vari Paesi del club spaziale, dovrebbero limitare le attività e le manovre potenzialmente pericolose e le agenzie addette al monitoraggio dei corpi artificiali dovrebbero migliorare le loro capacità di osservazione e calcolo per prevenire gli incidenti con la migliore regolazione dell'ormai congestionato traffico orbitale.
NEW YORK (USA) - Fu una vera e propria estinzione di massa. Avvenuta nel giro di pochissimo tempo. E ora sappiamo perchè. Una pioggia di meteoriti investì la terra 12.900 anni fa con la potenza di migliaia di bombe atomiche causando l'estinzione di mammuth, tigri dai denti a sciabola, bradipi giganti e quasi sterminando gli antichi indiani del Nord America.
LA RICERCA - È quanto sostiene una ricerca dell'università dell'Oregon pubblicata su Science sulla base del ritrovamento di milioni di nano-diamanti (della grandezza di un milionesimo di millimetro) nella fascia che dall'Arizona al South Carolina risale il continente fino agli stati canadesi dell'Alberta e di Manitoba. Per ottenere queste pietre servono altissime temperature e una pressione fortissima, situazioni generate da una serie di esplosioni simile a quella verificatasi nel 1908 a Tunguska in Siberia dall'impatto di un meteorite che polverizzò 2000 km quadrati di foresta. Doug Kenneth, il capo del team, ha spiegato che questi nano-diamanti sono stati ritrovati in gran quantità negli strati di terra corrispondenti a 12.900 anni fa quando oltre alla deflagrazione distruttiva la polvere sollevata in cielo causò anche una mini era glaciale durata circa 1.300 anni. Un periodo in cui nei sedimenti non si trovano più tracce dei grandi animali e minime degli indiani Clovis. La teoria, bisogna dirlo, non è unanimemente condivisa dagli studiosi di tutto il mondo, ma secondo quanto riporta Science manca al momento una ipotesi altrettanto credibile che la possa chiaramente confutare.
Zolfo nell’atmosfera per abbassare la temperatura della Terra. È l’ultima ipotesi sul fronte del clima avanzata recentemente al congresso di San Francisco dell’Unione geofisica americana. Ma l’idea ha scatenato la polemica sui costi e sulle possibili conseguenze negative sull’ambiente, come l’intensificazione di piogge acide e la riduzione dello strato di ozono nell’atmosfera. Tutti d’accordo: al «global warming» bisogna mettere un freno, ma come? Su questo punto il mondo scientifico si è spaccato.
Il firmatario del progetto è un premio Nobel per la chimica, l’olandese Paul Jozef Crutzen, che insieme al collega Thomas Wigley ha comunque il merito di tenere alta la discussione un tema centrale che riguarda il futuro del pianeta. «Si tratta - ha spiegato Crutzen, che studia l’ipotesi dal 2006 - di immettere nella stratosfera, in una fascia tra i 10 e i 50 km di altitudine, almeno un milione di tonnellate di zolfo portato da una serie di palloni lanciati dalla zona dei Tropici». Raggiunta la quota desiderata, il materiale viene bruciato in modo da ottenere biossido di zolfo, che poi si converte in particelle di solfato infinitesimali: queste particelle, assorbendo una parte dei raggi solari, farebbero abbassare di un grado centigrado la temperatura media della Terra. L’operazione dovrebbe essere ripetuta con cadenza biennale.
Per «iniettare» un milione di tonnellate di zolfo servirebbero oltre 30 mila palloni stratosferici. A meno di utilizzare canali istituzionali come le aviazioni militari dei Paesi cooperanti. Il progetto è indubbiamente affascinante ma ha costi elevatissimi: 14 miliardi di euro all’anno. E si porta dietro dubbi e riserve sui possibili effetti collaterali, come l’intensificazione delle piogge acide, la riduzione dell’ozonosfera e, nelle zone tropicali, la modifica dei regimi monsonici asiatici e africani. «E quest’ultima conseguenza — ha sottolineato Alan Robock, dell’università di Rutgers (Usa) — rischia di mettere in crisi la disponibilità di risorse alimentari per miliardi di individui». A meno di utilizzare il progetto- Crutzen, hanno suggerito altri studiosi, per limitate aree della Terra: sull’Artico, per esempio, potrebbe rallentare la riduzione dei ghiacci polari, senza conseguenze per le altre zone del pianeta.
Altre ipotesi di raffreddamento, dalle più rudimentali alle più sofisticate, sono state prese in esame a San Francisco dagli ingegneri della Terra: invio in atmosfera di sonde-parasole, «rimescolamento» artificiale degli oceani con «pompaggio» di CO2 per favorire l’attività biologica, dispersione in mare di grandi piattaforme flottanti in grado di assorbire una parte dell’irraggiamento solare. «Il controllo del clima — ha però avvertito David Keith, dell’Università di Calgary, in Canada - è un problema di equilibrio: ogni soluzione comporta dei rischi, bisogna valutare se è il caso di correrli». Esempio: vale la pena combattere contro l’innalzamento degli oceani se la contropartita è una riduzione probabile delle precipitazioni? Ma il vero, grande punto interrogativo riporta agli anni della Guerra fredda Usa-Urss, in cui l’ingegneria del clima rappresentò un’arma in più nelle mani delle due superpotenze: chi dovrebbe manovrare il «termostato» della Terra? Chi decide quale dovrebbe essere il clima «ideale» del nostro pianeta? Ecco perché, tra le tante proposte, la più sensata appare quella che i geoingegneri hanno avanzato alle istituzioni mondiali: la creazione di un organismo tecnico internazionale che studi e tenga sotto controllo il clima, senza la pretesa di manipolarlo.
DA DOVE VIENE? - Ma adesso si pone la questione fondamentale della sua origine e qui i ricercatori sono ancora grandemente divisi. La provenienza, si spiega, può derivare da processi biologici (digestione animale o imputridimento di animali o vegetali) oppure per cambiamenti geologici, attività vulcanica o sorgenti calde sotterranee. Di queste ultime però le prove sono scarse e quindi oggi il partito dei sostenitori della tesi biologica sembra essere molto forte. «Forse dobbiamo pensare che nelle profondità marziane la vita sia davvero nascosta anche oggi» nota Lisa M.Pratt dell’Università dell’Indiana. Restano le difficoltà della rilevazione del metano adesso effettuata da Terra con i telescopi delle Hawaii. Naturalmente ora sia guarda all’esplorazione effettuata con le sonde e i robot per trovare conferma. E la prossima spedizione del grande rover Mars Science Laboratory della Nasa delle dimensioni di un SUV alimentato con energia nucleare sembra essere l’occasione adatta. La partenza di questo rover è stata rinviata al 2011 per difficoltà nella costruzione ed uno dei suoi possibili obiettivi di sbarco era proprio Nili Fossae che poi era stato però cambiato. Ora visto il rinvio, alla Nasa stanno considerando il ripristino della meta proprio per verificare se l’area è ricca di emissioni metanifere. La discussione si sta facendo sempre più interessante.
SIDNEY (Australia) - Un nuovo e fantastico mondo sottomarino: un gruppo di biologi, con l'aiuto di un robot subacqueo telecomandato, ha scoperto sui fondali marini davanti alle coste australiane un mondo animale del tutto sconosciuto. Dove la luce non arriva sono stati trovati ragni giganti e altri animali, mai visti prima d'ora.
RAGNI GIGANTI - Per gli studiosi è un evento quasi sensazionale: la scoperta di nuove specie di animali è ormai estremamente raro. Tanto più grande è stata quindi la sorpresa di Ron Thresher del CSIRO (l' organizzazione del Commonwealth per la ricerca scientifica) e del suo team, composto da biologi autraliani e americani. Si trovavano a sud dell'isola di Tasmania alla ricerca di coralli fossili - a 3.000 metri di profondità si sono invece imbattuti in un nuovo regno animale e vegetale. «Tra le specie che abbiamo trovato in grande quantità - racconta il ricercatore - una delle più curiose è quella degli ascidiacei carnivori, o gli enormi ragni marini». Ma i segreti rivelati non sono finiti. «Questa spedizione - aggiunge Thresher - ha avuto tra i tanti meriti anche quello di studiare per la prima volta simili profondità marine». Ciò che ha veramente sorpreso gli scienziati, è stata la grande varietà di esseri viventi che si nasconde in questi fondali. «Non sapevamo assolutamente quello che ci aspettava - poteva esserci semplicemente del fango e nulla più».
ROBOT - Le nuove specie sottomarine sono state avvistate grazie ad un particolare veicolo sottomarino teleguidato, equipaggiato con videocamere ad altissima risoluzione, grande come un'utilitaria. L'apparecchio, di nome Jason, era immerso in profondità fino a 48 ore per volta. L'ultima immersione ha avuto luogo sabato. A 3.000-3.500 metri sotto il livello del mare ha scovato migliaia di ragni, grossi 30 centimetri; un immenso tappeto di anemoni; milioni di piante con singolari puntini di colore lilla e ascidiacei marini che, però, vanno a caccia di pesci - quelli finora conosciuti sono microfagi e si nutrono per filtrazione di microrganisimi e di particelle organiche trasportate dal mare. "La sotto accade qualcosa di veramente strano", ha aggiunto Thresher.
MILANO – Fino alla fine dei tempi: è l'unico essere vivente che può definirsi «immortale», nel vero senso della parola. La medusa Turritopsis nutricula è capace di invertire il proprio ciclo biologico e di sfuggire così alla tappa finale del processo di invecchiamento, ovvero alla morte. Ora, la creatura dei mari si sta moltiplicando ad un ritmo inarrestabile. «E' in atto un'invasione silenziosa nei nostri oceani», avvertono i ricercatori.
RITORNA GIOVANE - La scoperta di questo organismo, che potenzialmente può vivere in eterno, risale a qualche anno fa e fu fatta da un team di biologi dell'Università di Lecce. La piccola idromedusa dal nome scientifico Turritopsis nutricula misura un diametro di appena quattro-cinque millimetri. Una volta raggiunta la maturità sessuale e dopo essersi riprodotta, non muore, a differenza di tutti gli altri organismi similari, sostengono gli studiosi. Questa speciale medusa, invece, scende sul fondo e si ritrasforma nello stadio giovanile da cui era stata generata. Insomma, da polipo ridiventa nuovamente medusa, e viceversa. Un processo che in sostanza può definirsi «infinito». Per gli scienziati questo ringiovanimento è reso possibile, a livello cellulare, a causa di un fenomeno conosciuto come «transdifferenziamento». L'ovvia e inevitabile conseguenza è una proliferazione di questa creatura dei mari, affermano i biologi marini sull'inglese Telegraph. «Stiamo rilevando un'invasione silenziosa in tutto il mondo», ha detto Maria Maglietta, dell'istituto di ricerca tropicale Smithsonian a Washington. Questi predatori del mare, originariamente presenti nelle acque calde dei Carabi, si stanno diffondendo velocemente in tutti gli oceani, aiutati anche da «passaggi» inconsapevolmente offerti dalle navi
SINGOLARITA' - Il nuovo istituto, scrive il quotidiano britannico «The Financial Times», si chiamerà «Singularity University» e sarà guidato da Ray Kurzweil, controverso inventore, informatico e saggista statunitense che ha previsto, in un celebre saggio del 2005 «The singularity is near (la singolarità è vicina)» per la metà di questo secolo, la nascita di una nuova civiltà in cui l’intelligenza artificiale supererà le facoltà umane, un periodo da lui definito «singolarità tecnologica». In sostanza la singolarità è un punto, previsto nello sviluppo di una civilizzazione, dove il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani per come sono ora. Per citare lo statistico americano I. J. Good: «Una macchina ultraintelligente potrebbe progettare macchine sempre migliori; quindi, ci sarebbe una "esplosione di intelligenza", e l'intelligenza dell'uomo sarebbe lasciata molto indietro. Quindi, la prima macchina ultraintelligente sarà l'ultima invenzione che l'uomo avrà la necessità di fare».
CONVERGENZA TECNOLOGICA - A quel punto, secondo alcune correnti di pensiero, i computer dotati di intelligenza superiore a quella umana avranno il compito di riuscire a gestire autonomamente problematiche attualmente irrisolvibili dal genere umano , come il surriscaldamento globale, la fame o la scarsità delle risorse energetiche. Sebbene lo studioso sia molto criticato in alcuni circoli scientifici, Nasa e Google hanno deciso di dargli fiducia. Per Kurzweil è questo il momento di aprire questo tipo di università perché molte tecnologie, dall'informatica all'elettronica, dalla genetica alle nanotecnologie, sono vicine al momento in cui confluiranno l'una nell'altra e potranno dar vita a supersistemi intelligenti. La scuola, sostenuta in prima persona dal fondatore di Google, Larry Page, e da Peter Diamandis, amministratore delegato di X-Prize, non ricalcherà lo schema di una comune università ma si ispirerà all’Università spaziale internazionale di Strasburgo, una scuola interdisciplinare e multi-culturale alla cui apertura contribuì Diamandis nel 1987.
MILANO - Un fossile di tartaruga di 90 milioni di anni fa modifica le conoscenze finora note del clima dell'Artico. La Aurorachelys gaffneyi (tartaruga dell'aurora), rinvenuta nel 2006 da John Tarduno dell'Università di Rochester e Donald Brinkman dell'Alberta Royal Tyrell Museum sull'isola Axel Heiberg, nell'estremo nord canadese, è stata descritta sull'ultimo numero della rivista Geology. La particolarità è che questa famiglia (ora estinta) di tartarughe di acqua dolce era tipica della Mongolia, a migliaia di chilometri dal luogo dove è stato rinvenuto il fossile.
INTERSCAMBIO - «Sappiamo che esisteva un interscambio tra Asia e Nord America nel Cretacico superiore», spiega Tarduno, un geofisico che ha misurato il paleomagnetismo dell'isola Axel Heiberg. «Ma questo è il primo esempio di un fossile dell'estremo nord artico che dimostra un clima molto caldo e l'assenza di ghiacci che consentiva la migrazione dall'Asia direttamente attraverso il polo Nord (e non solo tramite il «ponte» dell'Alaska) nell'epoca in cui vivevano i dinosauri». La zona in cui è stato ritrovato il fossile, 90 milioni di anni (all'inizio del Coniaciano) si trovava in un'area più o meno simile a quella attuale a 80 gradi nord (come si può notare nell'immagine qui a destra), quindi non si può ipotizzare un clima diverso a causa di una differente latitudine dovuta allo spostamento della placca continentale di cui fa parte l'isola Axel Heiberg.
DI ISOLA IN ISOLA - La Aurorachelys inoltre è un'altra conferma di quanto i geologi pensavano, cioè che l'oceano Artico a quel tempo era isolato dagli altri oceani di acqua salata, e negli strati superiori era come un lago di acqua dolce alimentato dai fiumi del Nord America e dell'Eurasia. I paleontologi ipotizzano che le tartarughe siano migrate «saltando» di isola in isola sfruttando un arcipelago vulcanico ora sommerso chiamato Alpha Ridge che collega le coste siberiane all'Alaska e al Canada, recentemente posto alla ribalta per le immersioni di batiscafi russi che intendono collegarlo alla Russia e alla piattaforma continentale e in questo modo aumentare le acque territoriali per lo sfruttamento di giacimenti di idrocarburi. Lo stesso riscaldamento atmosferico che ha consentito la migrazione delle tartarughe può essere collegato all'aumento di CO2 dovuto alle eruzioni vulcaniche dell'Alpha Ridge
...Che sia una prova della Terra cava o semplicemente di un passato slittamento polare?
I climatologi non sanno bene cosa stia succedendo al mondo. Il tanto temuto surriscaldamento globale sembra esser stato sostituito da un altrettanto preoccupante raffreddamento. I dati in possesso degli scienziati sono probabilmente ancora insufficienti a delineare un quadro preciso del nostro futuro. Nonostante ciò, secondo una recente ricerca svolta da un gruppo di esperti europei, nel corso del prossimo secolo ci saranno comunque dei cambiamenti climatici importanti. Il più evidente, che potrebbe ridisegnare il pianeta, è l’innalzamento del livello del mare che potrebbe aumentare addirittura di 1 metro. Lo studio, pubblicato sulle pagine della rivista Climate Dynamics, sostiene che, anche nel caso l'aumento della temperatura fosse pari a soli 2 gradi, i livelli degli oceani salirebbero di circa 80 centimetri.
Ridurre quanto prima l'emissione di anidride carbonica - "Fondamentalmente - ha spiegato Aslak Grinsted, geofisico presso l'università di Copenaghen, Danimarca - è necessario adeguarsi all'innalzamento del livello del mare. La riduzione di anidride carbonica sarebbe certo utile, ma abbiamo ormai causato un aumento significativo del livello del mare. Il sistema è caratterizzato da un'inerzia eccessiva". Un innalzamento del livello dei mari era stato previsto precedentemente anche dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ma, secondo un rapporto presentato nel 2008, lo stesso non avrebbe dovuto assestarsi tra i 18 e i 59 centimetri (sempre nell’arco di 100 anni). La IPCC ha ammesso che si è probabilmente trattato di una valutazione che sottostimava i valori reali.
Sotto la lente 2.000 anni di storia - Il nuovo studio, ha sottolineato Grinsted che forse voleva così meglio far comprendere la bontà della propria ricerca, ha preso in esame la relazione esistente tra temperatura e innalzamento del livello del mare nel corso degli ultimi 2.000 anni. "I calcoli non sono stati elaborati sulla base di quanto si ritiene possa accadere in seguito allo scioglimento dei ghiacci, bensì sulla base di quanto è effettivamente avvenuto in passato". I dati relativi alle temperature del passato sono stati ricavati attraverso perforazioni profonde nel ghiaccio e la crescita annua degli anelli degli alberi.
Il mondo rischia di essere sommerso - Secondo i calcoli effettuati dal team, nel caso in cui si dovessero superare i 2 gradi di aumento di temperatura, il mondo rischierebbe di essere parzialmente sommerso. Un aumento di 3 gradi centigradi porterebbe infatti ad un innalzamento dei mari di circa 130 centimetri, superata tale soglia il disastro sarebbe di fatto ingestibile. "Il livello del mare – ha spiegato ancora Grinsted - farebbe registrare una crescita compresa tra i 20 e i 40 centimetri anche nel caso riuscissimo a fermare l'aumento della temperatura. Per fermare l'innalzamento dei livelli del mare, sarebbe necessario un abbassamento della temperatura di 0,6 gradi".
Innalzamento dei mari sarà rapidissimo - Nel corso del XXI secolo il fenomeno dell'innalzamento dei livelli del mare avverrà con inaudita rapidità, quasi come avvenne 11mila anni fa, al termine dell'ultima era glaciale. Il professor Grinsted è tuttavia conscio del fatto che la ricerca da lui condotta possa esser presa in scarsa considerazione e per questo ha annunciato di essere impegnato a reperire “prove di incontestabile validità, nella speranza che gli urbanisti ne tengano conto nell'elaborazione dei propri progetti".
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